22.9 C
Cuba
giovedì, 18 Agosto, 2022

Mezzi di trasporto a Cuba Capitolo 1

Come spostarsi a Cuba? Sembra facile ma non lo è. Guida semiseria ai mezzi di trasporto a Cuba

Per molti stranieri muoversi a Cuba, intendo per le strade, in macchina, in moto o in bicicletta è un’esperienza suggestiva. Alla fine, che ci vuole? Mi noleggio una macchina, una moto, una bici e via! Che sarà mai… Abituato all’Italia, tutto il resto è una passeggiata. Sì, è così. Pero no, non è così. Il tema “mezzi di trasporto a Cuba” merita una dozzina di trattati complessi che vanno dalla teoria del moto rettilineo uniforme fino alla riparazione delle forature coi preservativi. Ma andiamo in ordine: parliamo prima di loro, dei cubani. Sanno guidare? No. Non vorrei andarci troppo pensante e mi limito a dire che la causa principale della loro incapacità probabilmente dipende dal parco macchine del paese che lascia leggermente a desiderare. Forse è fico nelle cartoline, ma poi guidalo tu un trattore del 52 che pesa una tonnellata, con un apparato frenante costruito sui bozzetti di Marsilio Ficino e un blocco motore assemblato nei decenni con pezzi di lavatrici, giostre, cani, catapulte, bare, frullatori e anche macchine. E soprattutto, trovati in una fila con una baracca del genere davanti o, peggio, dietro, che quando ti fermi a un semaforo guardi dal retrovisore e sudi, piangi, vedi passare tutti i fotogrammi della tua vita come durante un suicidio, poi miracolosamente lui frena, ce la fa, e la vita torna a sorriderti. C’è un’ottusità preoccupante nelle code: tutti in fila ordinata, nessuno che supera, e tu che pensi così a caso, alle convergenze multiple di piazza Irnerio a Roma dove é guerra, rabbia, astuzia, vigliaccheria, genio, morte, sconfitta, trionfo. Ma ho detto di volerci andare leggero e allora chiudo dicendo che a Cuba rimpiangi una colonna di auto guidate da preti, suore, monchi, uomini col cappello e viterbesi.
Andiamo avanti: ammesso che tu abbia comprato una macchina scegliendo tra le continue vantaggiose offerte che si trovano sul mercato (a solo titolo di esempio, una scintillante Fiat 124 che stranamente in Italia è oggi usata quasi esclusivamente come fioriera, si trova a Cuba sui 30.000 dollari, però con aria condizionata e quinta marcia, un gioiellino), presto, a volte prestissimo, avrai a che fare con un meccanico. Dimentica quelle splendide officine dove arrivi e uno stormo di uomini in camice bianco attaccano la tua macchina a un terminale e gli fanno una specie di endoscopia rettale. Invece, immagina un uomo sulla quarantina portata male che non si è fatto la doccia dall’ultima luna nuova, vestito con una tuta Castrol lercia rubata ai meccanici di Manuel Fangio, ubriaco, che pronuncia protoparole avare, accenni, e fuma zampironi. Stringhe tipo “es el chucho…” e poi il silenzio, o “la bujia esta jodida…” e poi la morte, o “los amortiguadores no sirven…“, e poi l’infinito. Ecco, diagnosi sicure, convinte, sentenze. E sempre, dovunque, all’Avana come in mezzo alla campagna, un capannello di meccanici sapientissimi composto da pensionati che passano di là, ladri, ciechi, vedove, storpi a dare la diagnosi propria, ad aprire dibattiti, a proporre terapie. Diciamo che, una volta giunti a una versione che mette tutti d’accordo, crolla sull’officina un umore plumbeo e il silenzio. I pezzi. I pezzi. È una parola che percorre i neuroni di tutti e li getta nel dramma. Tu fai la tua parte, quella del coglione: “Ma quanto costano sti ammortizzatori?”. Facce che si voltano di scatto come sfidate, attraversate da una rabbia impotente. “Quanto costano gli ammortizzatori, dici?”, dando di gomito allo storpio. “Ammortizzatori, dice l’italiano…”, ghignando con amarezza. Poi silenzio ancora. “Los amortiguadores estan perdidos…“. E tu immagini due ammortizzatori smarriti in una landa di terra rossa, buttati sotto a un cactus, perduti. Perduti. “E che cazzo facciamo? Io devo cambiare sti ammortizzatori…”. “Deve cambiare gli ammortizzatori, dice l’italiano…”. Questa è una fase di molte ripetizioni. Se te ne esci con “Chico, dove sta il cesso?”, è facile che quello ribatta “Domanda dove sta il cesso, l’italiano…”.
Nella fase successiva parte una fitta serie di chiamate del meccanico di Fangio a una dozzina di perdigiorno per trovare i pezzi. Escono fuori sempre cose improbabili: tu hai un Lada e quello ti dice: “a Cojimar un “socio” ha gli ammortizzatori di un Tupolev” – “Ma é un aereo, non vorrei…” – “Lo so, è quello che c’è. Che faccio, li prendo?”. Ecco, più o meno così. Poi la fase più sottovalutata dallo straniero ma la più delicata: i lavori. In Italia lasciamo la macchina al meccanico e torniamo a ritirarla a lavori fatti. A Cuba non farlo mai! Devi stare là, duri quello che duri. Giorni, settimane. Devi trovare un giaciglio e vivere là. Se lasci la macchina incustodita al meccanico sbagliato rischi di ritrovare al posto del motore la tecnologia del Dolce Forno. Ti cambiano tutto, perfino la tappezzeria. Ovviamente esagero, è chiaro? Esistono ottimi meccanici, onesti, alcuni dei veri geni. Il mio idolo si chiama Frank o Rey e sta in calle 26 tra quinta e settima a Miramar. Ha due nomi. Ci vado da anni e non ho mai capito il suo segreto. Vai oggi e dici: “Frank è arrivato?” – “Rey vuoi dire?” – “Sì, Rey…” – “Torna fra mezz’ora”. Vai domani: “Rey se encuentra?” – “Parli di Frank?” – “Sì, Frank…”. Non so, forse è un problema psichiatrico, o forse soltanto un depistaggio che ha preso la mano, in ogni modo è il migliore di tutti. Come persona e come scienziato. Non é un meccanico, é uno scienziato. Jean Todt gli spiccia casa a Rey, e anche a Frank. Gli ho visto forgiare davanti ai miei occhi pezzi di motore fatti con lattine di birra e legno, con due mani che si trasformavano in una specie di tornio di pelle e creavano meccanismi delicatissimi, carburatori, bielle. Un giorno mi ha smontato la marmitta senza chiedermi permesso e l’ha incendiata. Ha fatto un fuoco in giardino e l’ha incendiata. Poi l’ha ripulita, lucidata e l’ha rimontata. Sembrava un archibugio della prima guerra mondiale. La moto ha camminato per un anno che è stata una meraviglia. Vabbé, potrei parlare della malinconia portoghese che s’intravede negli occhi di Frank-Rey e di un paio di altre cose della sua officina ma mi sono allungato parecchio e mi fermo qua. Sono solo al primo capitolo dell’universo “mezzi di trasporto a Cuba“. Gli dedicherò molti altri articoli per chi li vorrà sopportare. Alla prossima.
Alessandro Zarlatti
Alessandro Zarlatti
Scrittore italiano, insegnante di lingua italiana e certificatore ufficiale per l'Università per stranieri di Perugia.

Related Articles

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

VISITA IL NOSTRO GRUPPO FACEBOOK C.I.R.C.

- Advertisement -

Latest Articles